IL DIBATTITO PANZIERI-TRONTI ED IL RIBALTAMENTO DEL MARXISMO ORTODOSSO
L’inquadramento storico e la discussione sui testi di Panzieri e di Tronti hanno condotto ad interrogarsi su due questioni principali, che rimangono aperte per gli incontri successivi e possono inoltre rivelarsi utili strumenti per un approccio critico alla lettura degli altri testi in bibliografia.
In primo luogo il dibattito si è concentrato sulla questione del soggetto: da un lato infatti gli operaisti (in particolare Tronti) sembrano ritrovare una impostazione originariamente marxiana (e dunque più o meno apertamente in polemica con le impostazioni leniniste) nel momento in cui insistono sulla possibilità di una diretta politicizzazione dei bisogni, delle esigenze immediate degli operai. In questo modo infatti il ruolo e la necessità del partito, inteso, sul modello leninista, come strumento capace di costruire un “abito” politico alle rivendicazioni operaie, non può che vedersi drasticamente ridotta: si tratta di un punto di vista riassunto nell’affermazione di Tronti «la strategia alla classe, la tattica al partito». Naturalmente una simile impostazione va colta anche e soprattutto nella sua portata polemica nei confronti delle organizzazioni operaie ufficiali (PCI e sindacati).
Approfondendo la questione si è giunti ad identificare uno dei nodi teoretici fondamentali del pensiero operista, costituito dalla tensione (mai risolta) tra l’apprezzamento del dato empirico (le lotte operaie, benché apparentemente salariali, mostrano in realtà una carica politica rivoluzionaria) e il rischio di una caduta in una sorta di vitalismo di stampo irrazionalistico o “romantico” riguardo al soggetto e alle sue potenzialità (problema evidente soprattutto in Tronti, ma che si può trovare già in Panzieri).
Per cercare di comprendere e approfondire la questione, gli interventi si sono spostati dalla questione del soggetto a quella del “modo di produzione” e del suo livello di sviluppo: ci si deve infatti chiedere su quali basi gli operaisti possano fondare una simile potenzialità (le lotte operaie sono già direttamente politiche e dunque è il capitale che le deve inseguire). La risposta evidente è che una simile base può essere costituita soltanto dal fatto che nell’Italia degli anni Sessanta (ma naturalmente il discorso può estendersi a tutto il mondo “occidentale”) il capitalismo ha raggiunto il grado di sviluppo più alto. È su questa base che diventa possibile intendere i bisogni operai come un elemento direttamente politico.
A questo punto il problema diventa allora quello del rapporto politico con un simile sviluppo: appare chiaro dai testi di Panzieri che il punto di vista operaio non può considerare il progresso tecnico-scientifico del capitalismo come un processo neutrale, ci si può allora chiedere quale dovrebbe essere il contenuto della lotta politica su questo punto: spingere affinché ovunque venga raggiunto il pieno sviluppo (ad esempio anche nel sud eccetera), oppure tentare di romperlo?
Infine, strettamente connesso a quest’ultimo interrogativo, ci si è posti una questione già leninista, che è evidentemente fondamentale anche per gli operaisti, e che appare oggi quanto mai centrale: dove reperire, o come identificare, una leva a partire dalla quale, in un contesto di capitalismo pienamente sviluppato, le esigenze operaie possano rovesciare l’assetto di potere vigente?

