LA COMPOSIZIONE DI CLASSE
La prima precisazione riguarda la natura del testo di Negri in questione: una lunga intervista che ricapitola e riassume i passaggi politici e teorici principali che, dall’operaismo, hanno condotto all’autonomia organizzata. È importante tenere presente la congiuntura storico-politica nella quale si inquadra il testo in questione: ci troviamo infatti all’indomani del ’77, dunque alla fine di un ciclo di lotte (che inizia nei primi anni Settanta con la crisi dei gruppi e si conclude con l’esplosione del ’77) che necessita un rilancio, l’apertura di nuove prospettive (che saranno poi drasticamente chiuse dal “caso 7 aprile”, nel 1979). Tenendo presente questo contesto vanno lette alcune affermazioni di Negri, come quella che l’operaismo è morto e che è necessario ripensare completamente alcuni concetti marxisti, mentre fino a quel momento ci si era limitati a investirli in un campo nuovo, mutato rispetto a quello che aveva sotto gli occhi Marx, magari rinnovandoli, ma mantenendone il contenuto sostanziale.
Fatta questa precisazione fondamentale il dibattito è tornato sul problema del soggetto. Nel testo di Negri viene sottolineata la duplicità del concetto di composizione di classe, pensabile come l’unione di un aspetto tecnico-oggettivo e di un aspetto soggettivo (rappresentato dai bisogni). A partire da questa contrapposizione è possibile pensare il concetto di ricomposizione di classe, cioè la costituzione di un soggetto politico. Il punto cruciale sembra essere che il soggetto è da un lato già sempre presupposto (composizione politica), dall’altro sempre ancora da costituire (ricomposizione). Appare dunque già sempre uno scarto tra assoggettamento e soggettività, e sarà proprio su questo scarto che potrà funzionare l’idea della conricerca (il soggetto operaio è capace di fare ricerca sulla sua stessa condizione, è quindi anche immediatamente capace di divenire soggetto politico); tuttavia dare per scontato un simile scarto non ci riporta precisamente in un contesto di tipo vitalistico? All’interno della storia della teoria marxista si è pensata la possibilità della lotta senza presupposizione di alcun tipo di soggettività (ad esempio Althusser).
Anche da un punto di vista politico la questione della ricomposizione di classe può far sorgere qualche problema, infatti nel testo di Negri sembra possibile cogliere alcuni sintomi del fatto che l’idea di ricomposizione venga tendenzialmente ricalcata sul terreno che l’ha originata, cioè quello dell’operaio massa, a partire da qui ci sono due possibili rischi: una tendenza riduzionistica da un lato (che si opporrebbe alla valorizzazione della molteplicità e multiformità delle lotte sul terreno della “fabbrica sociale”), una tendenza trionfalistica dall’altro (che ci riporta al problema della tensione verso un superamento vitalistico del dato reale già incontrata nel primo incontro).
Un simile problema è apparso particolarmente rilevante nel momento in cui è stato citato Baumann (Memorie di classe) nel tentativo di mettere in crisi l’intera impalcatura teorica dell’operaismo. Baumann infatti sostiene che il capitalismo deve fronteggiare una conflittualità estremamente elevata nel momento in cui si impone definitivamente su altri modi di produzione, mentre con la crescita dello sviluppo le lotte tendono ad “economicizzarsi” sempre di più, dunque a non porre realmente in discussione la cornice capitalistica nella quale si inscrivono. Una simile constatazione appare oggi particolarmente degna d’attenzione, in un momento in cui anche la teoria postoperaista, che mantiene un nucleo fondamentale del marxismo, secondo il quale più si sviluppa il rapporto capitalistico, più cresce l’antagonismo, tende però a sfumare e ad abbandonare la maggior parte delle categorie marxiane fino, sembrerebbe, a perdere la possibilità stessa di identificare una strategia, una tattica, un soggetto politici.
Simili problemi hanno origine proprio nel periodo preso in esame da Negri nell’intervista in questione: appare infatti chiaro, negli anni Settanta, il passaggio a ciò che Marx definiva sussunzione reale della società sotto il dominio capitalistico (cioè, nelle parole di Negri stesso, il fatto che il rapporto di sfruttamento entra nella stessa esistenza, nel «mondo della riproduzione operaia», p. 53). Un simile passaggio si presenta come tentativo capitalistico di disarticolazione politica della classe operaia, alla quale risponde una ricomposizione politica sul terreno dell’intera società, a cui corrisponde il concetto di operaio sociale. La sfuggevolezza di questo concetto sembra andare di pari passo con la difficoltà di mantenere alcuni concetti marxiani fondamentali, come quelli di distinzione tra capitale fisso e capitale variabile e, soprattutto, quello relativo alla legge del valore. Se, come detto, una tale difficoltà è assunta da Negri come fattore positivo, come apertura di possibilità di radicalizzazione e rilancio delle lotte, appare oggi come fattore di debolezza, o, per lo meno, di oggettiva difficoltà riguardo alla pensabilità (e alla pratica) di un soggetto politico rivoluzionario.

