LA RIFLESSIONE DEGLI OPERAISTI SULLO STATO
I testi di Negri sembrano importanti soprattutto da un punto di vista metodologico, dunque va presa in considerazione in primo luogo la forma teorica che ne sta alla base. Schematicamente, la forza delle analisi di Negri sullo Stato starebbe nella loro capacità di impostare su un terreno metodologico marxista le critiche che il realismo politico muove al formalismo giuridico. Questo significa innanzitutto criticare il marxismo classico (ortodosso) laddove quest’ultimo identifica nel diritto una forma sovrastrutturale. Il diritto va al contrario inteso come uno degli elementi fondanti la relazione capitalistica proprio nella misura in cui, seguendo il Marx del I libro del Capitale, permette di preformare i soggetti che, attraverso il loro incontro, danno vita alla relazione capitalistica: possessore della forza lavoro e possessore di capitale. In questo modo il diritto entra nel vivo della lotta di classe, configurandosi come uno strumento di primaria importanza per il disciplinamento e il controllo del lavoro vivo, portatore di un potenziale antagonistico rispetto al capitale. I passaggi formali dallo Stato-piano allo Stato-crisi, e poi all’Impero, sarebbero allora da leggere come un tentativo di risposta a questa autonomia del lavoro vivo, che deborda e scavalca continuamente le forme di rappresentazione che tentano di inscriverlo all’interno del rapporto di capitale.
In questo senso Mezzadra insisteva sulla centralità del concetto di costituzione mista che Hardt Negri propongono, in Impero, come una delle chiavi interpretative fondamentali per leggere le trasformazioni dello Stato nazione e dunque dei concetti stessi di diritto e di sovranità. La costituzione mista implica infatti un proliferare di livelli di produzione giuridica, di scelte politiche e di modalità di valorizzazione economica. Questa constatazione ha delle conseguenze rilevanti sia dal punto di vista della descrizione strutturale e formale, sia da quella delle possibilità politiche.
Dal primo punto di vista si può constare come, nello scenario globale attuale, sia il concetto stesso di Stato che viene messo in discussione, nella misura in cui, a fronte dell’emergere di un diritto globale, la sovranità, concetto chiave nella descrizione dello Stato moderno, si frammenta anche all’interno dei confini di un singolo Stato nazionale. È il caso ad esempio della Cina (ma un discorso analogo si potrebbe fare, tenuto conto di tutte le specificità che caratterizzano i singoli casi, per molte altre zone del mondo), il cui sviluppo impetuoso sembra dovuto in buona parte alla creazione di zone differenziate dal punto di vista della produzione, e quindi anche del diritto, all’interno dei confini dello stesso Stato nazionale.
Una simile constatazione può però essere letta in modi differenti. Si può da un lato tendere a pensare la fine pura e semplice dello Stato nazione, fino a pensare uno spazio globale come spazio liscio, percorso da flussi produttivi che l’Impero (o altre forme di organizzazione sovra o metastatuali) si incaricherebbe poi di catturare. In un altro senso si può invece pensare non tanto l’obsolescenza dello Stato in quanto tale, quanto una sua trasformazione che lo inscrive all’interno di dinamiche che si articolano su più livelli. Seguendo una simile impostazione vengono messe al centro della riflessione categorie come quella di confine, nodo e traduzione.
I confini non spariscono (e sarebbe d’altra parte molto difficile sostenerlo se si guardano i movimenti migratori e le forme di controllo di essi), ma al contrario si moltiplicano, perdendo però quei caratteri di rigida fissità che li contraddistinguevano nella modernità (definita dalla funzione dello Stato nazione). Questa mobilità implica anche la perdita di importanza della nozione di sovranità a favore di quella di governance, intesa appunto come una serie di pratiche la cui finalità è essenzialmente quella di disciplinare e controllare il movimento del lavoro vivo, che assume ormai caratteri apertamente e irriducibilmente transnazionali.
Il problema, per il capitale, diventa allora quello di unificare, per comandarli e valorizzarli, questi movimenti e l’eterogeneità irriducibile che essi implicano. Il concetto di traduzione diventa allora centrale: traduzione intesa non come riconoscimento e apprezzamento dell’alterità in quanto tale, ma come tentativo forzoso di ridurre questa alterità ad un codice, ad un linguaggio unificato che ne permetta la valorizzazione capitalistica. Da un punto di vista metodologico una simile ipotesi rivela innanzitutto una indubbia validità nel “provincializzare l’Europa”, cioè nel sottrarsi a quella mistica del punto più alto dello sviluppo che caratterizza il pensiero operaista. Infatti porre l’accento sulla centralità di nodi di traduzione (intesi, anche in questo caso, come una serie di livelli interconnessi e articolati che vanno dagli studi legali transnazionali di produzione del diritto, ai mercati finanziari fino alle agenzie statali che però tendono a scavalcare i confini dello Stato nazione all’interno del quale dovrebbero operare), significa sottolineare come il tempo della valorizzazione capitalistica non sia un tempo unitario, sussunto realmente e una volta per tutte al comando capitalistico, ma resti un tempo misto, non unitario, dunque necessariamente non uniforme. Il concetto di sussunzione formale appare dunque in questo senso più produttivo di quello di sussunzione reale: il primo è infatti definito da una sconnessione costitutiva tra tempo della produzione (che avviene in forme molteplici, con gradi più o meno elevati di indipendenza dal capitale) e tempo della valorizzazione (che è unitario, tutto interno al processo capitalistico).
A partire da queste constatazioni è possibile allora trarre alcune ipotesi politiche. Se lo spazio, il tempo e anche le forme di comando capitalistici sono plurali, non unitari, allora questo significa che non c’è nessuna teleologia nel passaggio dalla forma Stato moderna alle articolazioni plurali della contemporaneità (postmodernità), ma che si tratta di un processo in corso, non univoco e lavorato al proprio interno da tendenze contraddittorie, a partire dalle quali è ancora sempre possibile pensare le possibilità di rifiuto e di sovversione, fondate su una irriducibilità strutturale del lavoro vivo alle forme di controllo e valorizzazione capitalistiche. In questo senso è dunque necessario e produttivo accantonare qualsiasi retorica della divisione geografica tra centro e periferia come zone stabilite una volta per tutte e, soprattutto, valorizzare la porosità dei confini tradizionali a partire dalle tematiche dei “beni comuni” intesi come l’elemento fondante la possibilità ricompositiva del lavoro vivo, irriducibilmente transnazionale, nel suo rapporto con il capitale, dunque anche con lo spazio e il tempo che questo cerca continuamente di tradurre nel linguaggio omogeneo della valorizzazione.

