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Archive for marzo 2007

LA COMPOSIZIONE DI CLASSE

La prima precisazione riguarda la natura del testo di Negri in questione: una lunga intervista che ricapitola e riassume i passaggi politici e teorici principali che, dall’operaismo, hanno condotto all’autonomia organizzata. È importante tenere presente la congiuntura storico-politica nella quale si inquadra il testo in questione: ci troviamo infatti all’indomani del ’77, dunque alla fine di un ciclo di lotte (che inizia nei primi anni Settanta con la crisi dei gruppi e si conclude con l’esplosione del ’77) che necessita un rilancio, l’apertura di nuove prospettive (che saranno poi drasticamente chiuse dal “caso 7 aprile”, nel 1979). Tenendo presente questo contesto vanno lette alcune affermazioni di Negri, come quella che l’operaismo è morto e che è necessario ripensare completamente alcuni concetti marxisti, mentre fino a quel momento ci si era limitati a investirli in un campo nuovo, mutato rispetto a quello che aveva sotto gli occhi Marx, magari rinnovandoli, ma mantenendone il contenuto sostanziale.
Fatta questa precisazione fondamentale il dibattito è tornato sul problema del soggetto. Nel testo di Negri viene sottolineata la duplicità del concetto di composizione di classe, pensabile come l’unione di un aspetto tecnico-oggettivo e di un aspetto soggettivo (rappresentato dai bisogni). A partire da questa contrapposizione è possibile pensare il concetto di ricomposizione di classe, cioè la costituzione di un soggetto politico. Il punto cruciale sembra essere che il soggetto è da un lato già sempre presupposto (composizione politica), dall’altro sempre ancora da costituire (ricomposizione). Appare dunque già sempre uno scarto tra assoggettamento e soggettività, e sarà proprio su questo scarto che potrà funzionare l’idea della conricerca (il soggetto operaio è capace di fare ricerca sulla sua stessa condizione, è quindi anche immediatamente capace di divenire soggetto politico); tuttavia dare per scontato un simile scarto non ci riporta precisamente in un contesto di tipo vitalistico? All’interno della storia della teoria marxista si è pensata la possibilità della lotta senza presupposizione di alcun tipo di soggettività (ad esempio Althusser).
Anche da un punto di vista politico la questione della ricomposizione di classe può far sorgere qualche problema, infatti nel testo di Negri sembra possibile cogliere alcuni sintomi del fatto che l’idea di ricomposizione venga tendenzialmente ricalcata sul terreno che l’ha originata, cioè quello dell’operaio massa, a partire da qui ci sono due possibili rischi: una tendenza riduzionistica da un lato (che si opporrebbe alla valorizzazione della molteplicità e multiformità delle lotte sul terreno della “fabbrica sociale”), una tendenza trionfalistica dall’altro (che ci riporta al problema della tensione verso un superamento vitalistico del dato reale già incontrata nel primo incontro).
Un simile problema è apparso particolarmente rilevante nel momento in cui è stato citato Baumann (Memorie di classe) nel tentativo di mettere in crisi l’intera impalcatura teorica dell’operaismo. Baumann infatti sostiene che il capitalismo deve fronteggiare una conflittualità estremamente elevata nel momento in cui si impone definitivamente su altri modi di produzione, mentre con la crescita dello sviluppo le lotte tendono ad “economicizzarsi” sempre di più, dunque a non porre realmente in discussione la cornice capitalistica nella quale si inscrivono. Una simile constatazione appare oggi particolarmente degna d’attenzione, in un momento in cui anche la teoria postoperaista, che mantiene un nucleo fondamentale del marxismo, secondo il quale più si sviluppa il rapporto capitalistico, più cresce l’antagonismo, tende però a sfumare e ad abbandonare la maggior parte delle categorie marxiane fino, sembrerebbe, a perdere la possibilità stessa di identificare una strategia, una tattica, un soggetto politici.
Simili problemi hanno origine proprio nel periodo preso in esame da Negri nell’intervista in questione: appare infatti chiaro, negli anni Settanta, il passaggio a ciò che Marx definiva sussunzione reale della società sotto il dominio capitalistico (cioè, nelle parole di Negri stesso, il fatto che il rapporto di sfruttamento entra nella stessa esistenza, nel «mondo della riproduzione operaia», p. 53). Un simile passaggio si presenta come tentativo capitalistico di disarticolazione politica della classe operaia, alla quale risponde una ricomposizione politica sul terreno dell’intera società, a cui corrisponde il concetto di operaio sociale. La sfuggevolezza di questo concetto sembra andare di pari passo con la difficoltà di mantenere alcuni concetti marxiani fondamentali, come quelli di distinzione tra capitale fisso e capitale variabile e, soprattutto, quello relativo alla legge del valore. Se, come detto, una tale difficoltà è assunta da Negri come fattore positivo, come apertura di possibilità di radicalizzazione e rilancio delle lotte, appare oggi come fattore di debolezza, o, per lo meno, di oggettiva difficoltà riguardo alla pensabilità (e alla pratica) di un soggetto politico rivoluzionario.

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IL DIBATTITO PANZIERI-TRONTI ED IL RIBALTAMENTO DEL MARXISMO ORTODOSSO

L’inquadramento storico e la discussione sui testi di Panzieri e di Tronti hanno condotto ad interrogarsi su due questioni principali, che rimangono aperte per gli incontri successivi e possono inoltre rivelarsi utili strumenti per un approccio critico alla lettura degli altri testi in bibliografia.
In primo luogo il dibattito si è concentrato sulla questione del soggetto: da un lato infatti gli operaisti (in particolare Tronti) sembrano ritrovare una impostazione originariamente marxiana (e dunque più o meno apertamente in polemica con le impostazioni leniniste) nel momento in cui insistono sulla possibilità di una diretta politicizzazione dei bisogni, delle esigenze immediate degli operai. In questo modo infatti il ruolo e la necessità del partito, inteso, sul modello leninista, come strumento capace di costruire un “abito” politico alle rivendicazioni operaie, non può che vedersi drasticamente ridotta: si tratta di un punto di vista riassunto nell’affermazione di Tronti «la strategia alla classe, la tattica al partito». Naturalmente una simile impostazione va colta anche e soprattutto nella sua portata polemica nei confronti delle organizzazioni operaie ufficiali (PCI e sindacati).
Approfondendo la questione si è giunti ad identificare uno dei nodi teoretici fondamentali del pensiero operista, costituito dalla tensione (mai risolta) tra l’apprezzamento del dato empirico (le lotte operaie, benché apparentemente salariali, mostrano in realtà una carica politica rivoluzionaria) e il rischio di una caduta in una sorta di vitalismo di stampo irrazionalistico o “romantico” riguardo al soggetto e alle sue potenzialità (problema evidente soprattutto in Tronti, ma che si può trovare già in Panzieri).
Per cercare di comprendere e approfondire la questione, gli interventi si sono spostati dalla questione del soggetto a quella del “modo di produzione” e del suo livello di sviluppo: ci si deve infatti chiedere su quali basi gli operaisti possano fondare una simile potenzialità (le lotte operaie sono già direttamente politiche e dunque è il capitale che le deve inseguire). La risposta evidente è che una simile base può essere costituita soltanto dal fatto che nell’Italia degli anni Sessanta (ma naturalmente il discorso può estendersi a tutto il mondo “occidentale”) il capitalismo ha raggiunto il grado di sviluppo più alto. È su questa base che diventa possibile intendere i bisogni operai come un elemento direttamente politico.
A questo punto il problema diventa allora quello del rapporto politico con un simile sviluppo: appare chiaro dai testi di Panzieri che il punto di vista operaio non può considerare il progresso tecnico-scientifico del capitalismo come un processo neutrale, ci si può allora chiedere quale dovrebbe essere il contenuto della lotta politica su questo punto: spingere affinché ovunque venga raggiunto il pieno sviluppo (ad esempio anche nel sud eccetera), oppure tentare di romperlo?
Infine, strettamente connesso a quest’ultimo interrogativo, ci si è posti una questione già leninista, che è evidentemente fondamentale anche per gli operaisti, e che appare oggi quanto mai centrale: dove reperire, o come identificare, una leva a partire dalla quale, in un contesto di capitalismo pienamente sviluppato, le esigenze operaie possano rovesciare l’assetto di potere vigente?

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di Mario Tronti


Pubblichiamo il testo della conferenza tenuta al convegno internazionale “Historical Materialism 2006. New Directions in Marxist Theory”, Londra 8-10 dicembre 2006.

Intanto, che cos’è “operaismo”.
E’ un’esperienza che ha cercato di unire pensiero e pratica della politica, in un ambito determinato, quello della fabbrica moderna. Alla ricerca di un soggetto forte, la classe operaia, in grado di contestare e di mettere in crisi il meccanismo della produzione capitalistica. Sottolineo il carattere di esperienza. Si trattava di giovani forze intellettuali che si incontravano con le nuove leve operaie, introdotte soprattutto nelle grandi fabbriche dalla fase taylorista e fordista dell’industria capitalistica.
Quello che era avvenuto negli anni Trenta in Usa avveniva negli anni Sessanta in Italia. Il contesto storico era proprio quello degli anni Sessanta del Novecento. In Italia, c’è in quel periodo il decollo di un capitalismo avanzato, il passaggio da una società agricolo-industriale a una società industriale-agricola, con uno spostamento migratorio di forza-lavoro dal sud contadino al nord industriale. Si disse: neocapitalismo. Produzione di massa-consumi di massa, modernizzazione sociale con welfare State, modernizzazione politica con governi di centro-sinistra, democristiani più socialisti mutamento di costume, di mentalità, di comportamento. Si andava verso il ’68 che in Italia sarà ‘68-’69, contestazione giovanile più autunno caldo degli operai, quando ci fu un forte cambiamento del rapporto di forza tra operai e capitale, con il salario che andò a incidere direttamente sul profitto.
E questo poté avvenire, anche perché c’era stato l’operaismo, con il richiamo alla centralità della fabbrica, alla centralità operaia, nel rapporto sociale generale. L’operaismo è dunque stata un’esperienza politica che ha contato storicamente, cioè in una situazione storica determinata.
Si trattava di dare una nuova forma, teorica e pratica, alla contraddizione fondamentale. Questa veniva individuata all’interno stesso del rapporto di capitale, quindi nel rapporto di produzione, quindi in quello che chiamavamo “il concetto scientifico di fabbrica”. Qui l’operaio collettivo aveva potenzialmente, se lottava, se organizzava le sue lotte, una sorta di sovranità sulla produzione. Era, o meglio, poteva diventare, un soggetto rivoluzionario. La figura centrale era l’operaio di linea, l’operaio alla catena di montaggio, nell’organizzazione fordista del processo produttivo e nell’organizzazione taylorista del processo lavorativo. Qui l’alienazione del lavoratore toccava il suo livello massimo. L’operaio non solo non amava, ma odiava il suo lavoro.
Il rifiuto del lavoro diventava un’arma mortale contro il capitale. La forza-lavoro, in quanto parte interna del capitale, capitale variabile distinto dal capitale costante, facendosi autonoma, si sottraeva alla funzione di lavoro produttivo, impiantando una minaccia nel cuore del rapporto capitalistico di produzione. La lotta contro il lavoro riassume il senso dell’eresia operaista. Sì, l’operaismo è un’eresia del movimento operaio.
Bisogna considerarlo rigorosamente dentro la grande storia del movimento operaio, non fuori, mai fuori. Una delle tante esperienze, uno dei tanti tentativi, una delle tante fughe in avanti, una delle tante generose rivolte e una delle tante gloriose sconfitte. Noi, seguendo l’indicazione di Marx, che studiava le leggi di movimento della società capitalistica, andavamo a studiare le leggi di movimento del lavoro operaio. Le lotte operaie hanno sempre spinto in avanti lo sviluppo capitalistico, hanno costretto il capitale all’innovazione, al salto tecnologico, al mutamento sociale. La classe operaia non è classe generale. Così l’hanno voluta rappresentare i partiti della Seconda e della Terza Internazionale. Era giusta la frase di Marx: il proletariato, emancipando se stesso, emanciperà tutta l’umanità.
Questo processo è già avvenuto, limitato al solo Occidente. Se emancipazione è progresso, modernizzazione, benessere, democrazia, tutto questo c’è, ma tutto questo è servito a una grande rivoluzione conservatrice, a un processo di stabilizzazione del sistema capitalistico, che oggi, com’era nella sua vocazione originaria, assume la dimensione dello spazio-mondo, ordine mondiale di dominio che scende dall’alto dell’Impero, ma sale anche dal basso, introiettato in una mentalità borghese maggioritaria. I sistemi politici democratici sono oggi la tribuna del libero assenso a una servitù volontaria.
L’operaismo, cioè la rivendicazione della centralità operaia nella lotta di classe, si è scontrato con il problema del politico. In mezzo, tra operai e capitale, io ho trovato la politica: nella forma delle istituzioni, lo Stato, nella forma delle organizzazioni, il partito, nella forma delle azioni, tattica e strategia. Il capitalismo moderno non sarebbe mai nato senza la politica moderna. Hobbes e Locke vengono prima di Smith e Ricardo.
Non ci sarebbe stata accumulazione originaria di capitale senza accentramento statale delle monarchie assolute. La storia d’Inghilterra insegna. La prima rivoluzione inglese, quella brutta della dittatura di Cromwell, e quella bella, gloriosa, del Bill of Rights, corrispondono alle due fasi dettate da Machiavelli: sono due cose diverse la conquista del potere e la gestione del potere, per la prima ci vuole la forza, per la seconda ci vuole il consenso.
Il capitalismo libero-concorrenziale ha avuto bisogno dello Stato liberale, il capitalismo del welfare ha avuto bisogno dello Stato democratico. Poi, attraverso la soluzione, provvisoria, del totalitarismo, fascista e nazista, la sintesi della democrazia liberale ha stabilizzato il dominio della produzione capitalistica. E adesso siamo nella fase della esportazione del modello a livello mondo. Non tutto funziona secondo i piani del capitale. La cosa oggi più interessante politicamente è il mondo.La “grande trasformazione”, per usare l’espressione di Polanyi, riguarda lo spostamento del baricentro mondiale da Occidente a Oriente.I nostri paesi europei, al loro interno, lasciano scarsi motivi di interesse. E’ difficile appassionarsi alla politica con i Blair e con i Prodi. Ma il capitalismo è un ordine e oggi, come aveva previsto Marx, un ordine mondiale che continuamente rivoluziona se stesso. E’ qui il punto di interesse. Guardate la rivoluzione che ha portato nel mondo del lavoro. Per rispondere alla minaccia della centralità operaia ha deciso di abbattere la centralità dell’industria, e ha abbandonato, o ha rivoluzionato, quella società industriale, che era stata la ragione e lo strumento della sua nascita e del suo sviluppo. Quando l’isola di montaggio sostituisce la linea, la catena, di montaggio nella grande fabbrica automatizzata e si entra nella fase postfordista, tutto il resto del lavoro cambia, nel classico passaggio dalla fabbrica alla società. La domanda di oggi: esiste ancora la classe operaia? La classe operaia come soggetto centrale della critica al capitalismo. Non quindi come oggetto sociologico ma come soggetto politico. E le trasformazioni del lavoro, e della figura del lavoratore, dall’industria ai servizi, dal lavoro dipendente al lavoro autonomo, dalla sicurezza alla precarietà, dal rifiuto del lavoro alla mancanza di lavoro, tutto questo che cosa comporta politicamente?
E’ di questo che dobbiamo discutere.
L’operaismo è stato il contrario dello spontaneismo. E l’opposto del riformismo. Più vicino, quindi, al movimento comunista delle origini che alle socialdemocrazie classiche e contemporanee. Ha coniugato di nuovo, in modo creativo, Marx con Lenin.
Mi chiedo, se nelle condizioni trasformate del lavoro di oggi frantumazione, dispersione, individualizzazione, precarizzazione – delle figure di lavoratori si possa tornare a coniugare qui e ora analisi del capitalismo e organizzazione delle forze alternative. E non ho una risposta.
So per certo che non si dà lotta vera, seria, in grado di fare conquiste, senza organizzazione. Non si dà conflitto sociale capace di battere l’avversario di classe senza forza politica. Questo è quello che abbiamo imparato dal passato. Se i nuovi movimenti non raccolgono l’eredità della grande storia del movimento operaio, per portarla avanti in forme nuove, per essi non c’è futuro. Nuove pratiche, nuove idee, ma dentro una storia lunga.
Guardate, ai capitalisti fa paura la storia degli operai, non fa paura la politica delle sinistre. La prima l’hanno spedita tra i demoni dell’inferno, la seconda l’hanno accolta nei palazzi di governo. E ai capitalisti bisogna fare paura.
E’ ora che un altro spettro cominci ad aggirarsi, non solo in Europa, ma nel mondo. Lo spirito, risorto, del comunismo.

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