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Archive for aprile 2007

INCHIESTA E CONRICERCA

Il punto di partenza consiste nel sottolineare il fatto che la conricerca si pone degli scopi che sono in prima istanza politici: in questo modo rivendica una parzialità teoretica, individua un terreno privilegiato di intervento e presuppone una soggettività a partire dalla quale e con la quale costruire un processo circolare che dalla presa di coscienza porti all’organizzazione. La finalità della conricerca è dunque la determinazione di conflittualità. In questo senso la conricerca non appare, di principio, limitata nel tempo (a differenza dell’inchiesta che si pone scopi più propriamente conoscitivi, sociologici), ma in qualche modo severamente limitata nello spazio. La pratica della conricerca presuppone infatti da un lato una conoscenza generale del contesto produttivo, all’interno del quale verrà selezionato un determinato ambito, sulla base delle possibilità di curvare la conoscenza di e su questo ambito a determinati fini politici. Così la conricerca abbatte la separazione tra produzione di conoscenza e lavoro politico/organizzativo, dal momento che i due aspetti non possono e non devono prescindere l’uno dall’altro.
Su questo punto ci si è interrogati con particolare attenzione, cercando di comprendere tanto la specificità della proposta operaista, quanto la possibilità di riattualizzarla in un contesto produttivo profondamente mutato come è quello contemporaneo.
L’idea di partenza era quella dell’autonomia della classe, dunque un’ipotesi politica che si trattava di mettere alla prova, rovesciando in questo modo le concezioni del marxismo ortodosso e della sociologia degli anni Sessanta, in particolare su un punto: leggere in quella che passava per passività operaia un’estraneità del nuovo soggetto (l’operaio massa) a tutte le forme di organizzazione tradizionale (partito, sindacato). A partire da questa scommessa teorico-pratica appare possibile definire la classe solamente a partire dalla lotta (e dunque in termini politici e non sociologici), ed è su questo punto che sembra possibile individuare uno dei punti deboli dell’operaismo, cioè il fatto di non aver saputo costruire una forma organizzativa all’altezza della nuova composizione di classe individuata e descritta attraverso strumenti come quello della conricerca.
Resta da chiedersi però in quale modo e su quali basi fosse pensabile l’idea dell’autonomia della classe. Naturalmente si tratta di una questione di fondamentale importanza che rimane oggi più che mai centrale. Abbiamo già incontrato simili questioni, ma vale la pena ribadirle, magari cercando di approfondirle.
Gli operaisti partivano da una constatazione: nell’operaio massa, cioè nella nuova composizione tecnica richiesta dalla produzione fordista, esiste un livello di socializzazione e di conoscenza informale che, benché esclusi ufficialmente dalla produzione, vengono in realtà continuamente messi in gioco per far funzionare la fabbrica, i macchinari eccetera. Ora, è precisamente su questo scarto tra assoggettamento e soggettivazione che è possibile lavorare per mettere in atto quel circolo virtuoso che dalla soggettività porta alla coscienza, all’organizzazione, al conflitto. In qualche modo, dunque, il punto di partenza è l’identificazione di un livello di autonomia in atto all’interno di un determinato contesto produttivo. Nel momento in cui, oggi, ci troviamo di fronte a forme di produzione e di organizzazione del lavoro profondamente mutate, dobbiamo ritenere quella degli anni Sessanta una congiuntura particolarmente felice e irripetibile – che dunque condannerebbe la conricerca ad essere un pezzo d’antiquariato – oppure è possibile pensare anche oggi la possibilità di una frattura costitutiva sulla quale lavorare politicamente?
I testi di Conti pubblicati su Posse cercano di rispondere positivamente a questa domanda identificando delle forme di socialità che sono “preesistenti” rispetto allo sfruttamento e al comando capitalistico e che costituiscono dunque il terreno a partire dal quale ripensare la possibilità di una conricerca. Nessuno però si può nascondere che quanto scrive Conti non appare del tutto soddisfacente, soprattutto nel momento in cui la conricerca della quale parla sembra partire ed esaurirsi in un ambito che è già sempre quello militante, dunque senza reale apertura ad una dimensione più ampia. Il punto centrale in tutto ciò sembra essere costituito dal fatto che la comunicazione da strumento politico privilegiato è oggi diventato il terreno di sfruttamento privilegiato, dunque che fare? Come pensare oggi la conricerca?
Teniamo fermo un presupposto fondamentale: ci troviamo oggi nella situazione che Marx definitiva di sussunzione reale della società sotto il capitalismo: sembra che non ci sia più un “fuori” rispetto al comando e al controllo capitalistico. Legami sociali, conoscenze, affetti entrano a pieno diritto all’interno del processo produttivo, ne costituiscono la base viva. Su questa base è difficile identificare un terreno privilegiato sul quale mettere alla prova l’idea dell’autonomia della classe (cioè di un insieme di individui che lottano assieme), eppure si può provare a prendere in considerazione un esempio di lotta concreto e valutare se lì dentro si dia la possibilità di una riattualizzazione delle tematiche proprie della conricerca.
Nella lotta No Tav è possibile identificare alcuni tratti caratteristici della con ricerca: ci trovi infatti cooperazione, autorganizzazione, un utilizzo della scienza senza delega allo specialista, dunque finalizzato alla lotta molto più che alla conoscenza “pura”, una complessiva rivendicazione politica di parzialità. Se tutto questo è vero (ed è vero), il dato più importante è allora costituito dal fatto che il terreno dello scontro non è più costituito dal lavoro. Il terreno dello scontro appare oggi direttamente la vita, intesa come quel legame sociale costitutivo del nostro essere che è, in quanto tale, sempre più mercificato. Dunque un’insorgenza come quella della Val di Susa appare in qualche modo la scoperta dell’individuo sociale da parte dell’individuo sociale stesso che, attraverso questa “scoperta”, si determina come tale come soggetto contro – contro lo sfruttamento, la mercificazione, la sussunzione totale al capitale.
In qualche modo appare dunque possibile e lecito tradurre su questo terreno i temi conoscitivi e organizzativi della conricerca, con una differenza fondamentale, che mette anche direttamente in causa quel limite organizzativo dell’operaismo cui si accennava sopra: non si tratta in nessun modo di una conricerca il cui impulso arriva dall’esterno, da una avanguardia politica (che fa un lavoro di selezione al fine di costruire conflitto e che dunque può prescindere dal conflitto in atto), ma, al contrario, di una conricerca direttamente incorporata alle dinamiche di classe, cioè di lotta.
Se tutto ciò appare plausibile (e in qualche modo confortante) resta però completamente aperto il problema di come pensare la possibilità di “trasportare” simili lotte verso le metropoli.
Una linea direttiva interessante in questo senso può essere quella suggerita da Baumann e dall’ultimo Alquati: consideriamo come centrale non più il terreno e le dinamiche della produzione, quanto piuttosto quelle del consumo. Su questa base è possibile leggere insorgenze metropolitane come quelle francesi dello scorso anno (rivolta delle banlieues e lotta contro il CPE), come quelle in Grecia di qualche mese fa, o il movimento no-Moratti del 2005 come lotte che non contestano un’esclusione più o meno violenta, quanto piuttosto una inclusione differenziata. Si tratta in tutti i casi dell’insorgenza di una forza lavoro differenziata, frammentata, non riconosciuta come tale, ma, in ogni caso, sfruttata che avanza richieste – ed è questo il dato centrale – che bruciano immediatamente ogni possibilità di mediazione politica, dunque ogni forma di riformismo.
Su questo punto sembra importante e interessante lavorare, cercando il modo di sottrarre tempo al comando capitalistico, attraverso una rivendicazione forte, politica, della frammentarietà postmoderna e postfordista: non una celebrazione della molteplicità inerte in quanto tale, ma una critica produttiva delle identità collettive, critica fondata nella lotta e che nella lotta valorizza l’ambivalenza costitutiva della singolarizzazione contemporanea.

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