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Archive for giugno 2007

SUL CAPITALISMO COGNITIVO

La concezione diffusa presso tutti gli autori che parlano di capitalismo cognitivo (Vercellone, Gorz, i redattori e collaboratori della rivista Multitudes) è che quest’ultimo non rappresenti solamente una nuova fase strutturale dello sviluppo capitalistico, ma segni al contrario una crisi di tutte le categorie e le leggi che governavano il capitalismo, dai suoi esordi fino al suo pieno sviluppo industriale.
Affermare ciò implica innanzitutto un problema di periodizzazione, per risolvere il quale si ricorre alla categoria marxiana di sussunzione. Vercellone, nel suo saggio, schematizza effettivamente lo sviluppo capitalistico in tre fasi che corrispondono alle modalità di sussunzione della produttività al capitale.
1) Sussunzione formale. Il capitale si trova di fronte una rete di produzione già formata e si limita ad assumerla come propria base. In questo modo il luogo privilegiato della produzione è il domicilio artigiano, con la conseguente egemonia dei saperi di questi ultimi.
2) Sussunzione reale. Il capitale produce esso stesso gli strumenti della produzione attraverso la ussunzione reale:eo privilegiato della produzione è il ormata e si limita ad assumerla come propria base.marxiana di sussunzionprima rivoluzione industriale: la grande fabbrica e la produzione di massa di beni standardizzati comportano una polarizzazione dei saperi che porta ad una divisione tra mansioni organizzative e mansioni produttive (parcellizazione e dequalificazione del lavoro).
3) Capitalismo cognitivo. La crisi della fabbrica fordista e dell’organizzazione del lavoro che le è propria comportano il venire in primo piano dei saperi in possesso di una intellettualità diffusa. La conseguenza di un simile cambiamento strutturale consiste innanzitutto nel carattere sempre più immateriale del lavoro. La conseguenza più rilevante di ciò, e su questo concordano tutti gli autori citati in apertura, è la crisi della legge del valore.
Sulla base di quest’ultimo cambiamento è possibile pensare un nuovo modello di crisi del capitale che si fonda sul rapporto tra sapere vivo e sapere morto: la questione fondamentale è che si tratterebbe in qualche modo di una crisi irreversibile, che costringe a mettere in discussione tutti gli assiomi fondanti la teoria economica che sta alla base del capitalismo.
Nella prima fase la costrizione al pluslavoro risulta dal fatto che il lavoratore, in mancanza di mezzi di sussistenza alternativi, è costretto a vendere la propria forza lavoro sul mercato per entrare in possesso di un salario. A partire da qui si apre una contraddizione tra dipendenza monetaria e autonomia nella regolazione del processo di lavoro. La contraddizione viene risolta attraverso una serie di politiche di desocializzazione dell’economia (eclosures, leggi sui poveri eccetera), che tendono ad accentuare la costrizione monetaria al lavoro salariato e fondano la nuova organizzazione del lavoro su una espropriazione dei saperi tradizionali. Su questa base è possibile, secondo l’autore, vedere qui forti analogie con la crisi attuale del fordismo: «la globalizzazione finanziaria potrebbe essere anche interpretata come il tentativo del capitale di rendere sempre più autonomo il suo ciclo di valorizzazione da un processo sociale di lavoro che non sussume più» (46) dunque un passaggio dal ciclo D-M-D’ ad un ciclo breve D-D’, dove viene saltato il momento della produzione di merci, momento estremamente “rischioso” dal momento che è fondato sulla possibilità endogena del conflitto.
In ogni caso, col passaggio alla sussunzione reale viene in luce una norma fondamentale: la legge del valore che fa del lavoro immediato la principale fonte di misura della ricchezza, in questo modo «il tempo di lavoro emerge come fattore socialmente centrale» (47). Dunque la sussunzione è reale quando c’è una polarizzazione tra sapere e produzione, quando cioè la forza lavoro non ha di per sé nessun valore se non viene venduta al capitale, se non diviene cioè appendice delle macchina, del capitale fisso. Da questa compressione di ogni forma di produzione esterna al capitale deriva anche la necessità da parte dello Stato di socializzare alcuni costi della riproduzione della forza lavoro (scolarizzazione di massa, welfare state eccetera). Proprio la scolarizzazione di massa, unita naturalmente alle pressioni esercitate dai movimenti sociali, gioca, secondo l’autore, un ruolo decisivo nel passaggio da questa forma di organizzazione del lavoro produttivo a quella attuale, infatti è a partire dalla scolarizzazione di massa che si dà «la formazione di un’intellettualità diffusa e l’evento di una nuova divisione del lavoro» (49). Tutto ciò avviene attraverso una dialettica tra necessità strutturali e rivendicazioni soggettive. Il capitale infatti va continuamente alla ricerca di una diminuzione dei tempi di produzione, in questo modo contribuisce a creare un sempre maggiore tempo libero riducendo ad un minimo il lavoro umano. Questa dinamica apre la possibilità di una valorizzazione delle potenzialità dell’individuo, valorizzazione che dipende in larga misura dal grado di socializzazione dell’insegnamento, che trasforma l’individuo da lavoratore parcellizzato in lavoratore immateriale polivalente. Dunque «il punto di partenza dell’analisi del General Intellect rinvia ad una trasformazione preliminare della qualità intellettuale del lavoro vivo ovvero alla formazione di un’intellettualità diffusa» (51). Da questo punto di vista va quindi sottolineato quanto afferma Vercellone in una nota, cioè che qui la sua concezione del general intellect si discosta da quella proposta da Virno in Grammatica della moltitudine secondo la quale in Marx il G.I. sarebbe identificato totalmente con il capitale fisso. Al contrario qui il G.I. è pensato come lavoro vivo, interiorizzato al capitale nella misura in cui diventa forza produttiva immediata. In questo modo è l’uomo stesso a divenire il principale capitale fisso.
Fatta questa precisazione, possiamo continuare a seguire Vercellone e trarre da queste premesse due conseguenze fondamentali, che rappresentano il cuore della concezione secondo la quale ci troveremmo qui di fronte ad una crisi del capitalismo in quanto tale: a) la legge del valore entra in crisi, perché il sapere, principale fonte produttiva, non può essere misurato sulla base del tempo di lavoro diretto dedicato alla produzione; b) l’opposizione tra lavoro e non lavoro perde qualsiasi fondamento. Da qui derivano due contraddizioni: a) ctr tra la mutazione del lavoro produttivo da un lato e la tendenza del capitale a creare sempre più tempo libero e a convertirlo però in pluslavoro; b) ctr tra la diffusione senza padroni del sapere e la tendenza (senza possibilità di riuscita) da parte del capitale a costruire una nuova ossatura oggettiva indipendente sulla quale fondare una logica della divisione del lavoro di tipo fordista (concezione vs. esecuzione).
Tutto ciò ci riconduce, secondo l’autore, ad una condizione di sussunzione formale, nella quale riemerge con forza «la natura primaria del rapporto salariale: quella di essere un vincolo monetario che fa del lavoro salariato la condizione d’accesso alla moneta, ovverosia un reddito reso dipendente dalle anticipazioni dei capitalisti che determinano il volume della produzione e dell’impiego» (53).
C’è però una differenza fondamentale rispetto alla situazione descritta prima come sussunzione formale, infatti oggi i saperi, a differenza di quelli artigiani, non possono più venir espropriati, dal momento che una simile espropriazione implicherebbe un abbassamento generale del livello cognitivo della manodopera, livello che è però riconosciuto come base necessaria della valorizzazione capitalistica. Questa differenza tra le due situazioni, al di là della somiglianza formale, è decisiva e si mostra anche e soprattutto dal punto di vista del prodotto del lavoro che non è più esterno a chi lo produce, ma resta nel cervello, nei corpi e nelle menti, dunque nella vita, dei produttori. Qui ci troviamo sulla soglia concettuale di quella presenza del comunismo già in qualche modo in atto di cui parlava Negri alla fine degli anni Settanta tematizzando la figura dell’operaio sociale. La risposta capitalistica consiste in un tentativo di rafforzare i diritti di proprietà intellettuale al fine di prelevare rendite da monopolio.
Su questa base la dialettica lotte/sviluppo appare inconciliabile, infatti da una parte il capitale acquista una natura sempre più parassitaria nella misura in cui cerca forzosamente di mantenere in vigore una legge del valore il cui risultato tendenziale è quello di bloccare le fonti stesse del processo di diffusione del sapere; dall’altra il lavoratore collettivo detiene ormai i prerequisiti per una gestione collettiva della ricchezza e dunque delle finalità sociali della produzione.
Tuttavia, a questo punto dell’analisi, resta piuttosto indeterminata la dimensione politica di un simile discorso. Nonostante tutto infatti le dinamiche capitalistiche continuano ad essere presenti e determinanti per le nostre esistenze. Un discorso politico, a partire da simili basi concettuali, è costruito dagli autori dei quali ci occuperemo nel prossimo incontro.
Non è un caso che Fumagalli, alla fine del suo intervento, sollecitato in questo senso, ha sostenuto che oggi è probabilmente prematuro parlare di classe, se con questo termine si intende un rapporto con i mezzi di produzione che, preso collettivamente, risulta più importante di quanto non lo sia quello individuale. In questo senso dunque gli interventi di comando e di controllo sembrano indirizzati a mantenere aperta una scissione tra tempo e luogo di lavoro da una parte e vita dall’altra. Naturalmente, sulla base di quanto detto, una simile scissione appare sempre più complicata da tenere in piedi e sempre più astratta, ma non per questo meno efficace: il fatto che il salario venga fissato e che a partire da questa base il capitalista possa estrarre plusvalore dalle idee di un lavoratore immateriale non implica certo una crisi della legge del valore, ma il suo pieno funzionamento. La contraddizione, in una situazione di sussunzione reale, dunque di cooperazione produttiva, starebbe nel fatto che il capitalista paga un singolo appropriandosi però del surplus prodotto dalle reti di collaborazione nelle quali il singolo si trova inserito: questo è ciò che avviene, ed è dunque una dimostrazione del funzionamento della legge del valore.
Su questa base ciò che abbiamo sotto gli occhi oggi è un processo di valorizzazione contraddittorio, ma funzionante, processo all’interno del quale vengono meno le vecchie distinzioni tra consumo, produzione, circolazione e a partire dal quale emergono nuove forme di alienazione, nelle forme dell’insoddisfazione, della frustrazione di chi produce qualcosa che, come detto, resta in qualche misura interno a lui stesso, ma sente, nello stesso tempo, processi di sfruttamento e di parcellizzazione. La questione del comune risulta quindi problematica: viene spesso presupposta come base a partire dalla quale il capitale compie il proprio processo di valorizzazione parassitario e dunque come punto di partenza per il sovvertimento di un simile processo: resta tuttavia da chiedersi in quale misura questo comune sia preesistente piuttosto che creato dal capitale stesso.

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LA RIFLESSIONE DEGLI OPERAISTI SULLO STATO

I testi di Negri sembrano importanti soprattutto da un punto di vista metodologico, dunque va presa in considerazione in primo luogo la forma teorica che ne sta alla base. Schematicamente, la forza delle analisi di Negri sullo Stato starebbe nella loro capacità di impostare su un terreno metodologico marxista le critiche che il realismo politico muove al formalismo giuridico. Questo significa innanzitutto criticare il marxismo classico (ortodosso) laddove quest’ultimo identifica nel diritto una forma sovrastrutturale. Il diritto va al contrario inteso come uno degli elementi fondanti la relazione capitalistica proprio nella misura in cui, seguendo il Marx del I libro del Capitale, permette di preformare i soggetti che, attraverso il loro incontro, danno vita alla relazione capitalistica: possessore della forza lavoro e possessore di capitale. In questo modo il diritto entra nel vivo della lotta di classe, configurandosi come uno strumento di primaria importanza per il disciplinamento e il controllo del lavoro vivo, portatore di un potenziale antagonistico rispetto al capitale. I passaggi formali dallo Stato-piano allo Stato-crisi, e poi all’Impero, sarebbero allora da leggere come un tentativo di risposta a questa autonomia del lavoro vivo, che deborda e scavalca continuamente le forme di rappresentazione che tentano di inscriverlo all’interno del rapporto di capitale.
In questo senso Mezzadra insisteva sulla centralità del concetto di costituzione mista che Hardt Negri propongono, in Impero, come una delle chiavi interpretative fondamentali per leggere le trasformazioni dello Stato nazione e dunque dei concetti stessi di diritto e di sovranità. La costituzione mista implica infatti un proliferare di livelli di produzione giuridica, di scelte politiche e di modalità di valorizzazione economica. Questa constatazione ha delle conseguenze rilevanti sia dal punto di vista della descrizione strutturale e formale, sia da quella delle possibilità politiche.
Dal primo punto di vista si può constare come, nello scenario globale attuale, sia il concetto stesso di Stato che viene messo in discussione, nella misura in cui, a fronte dell’emergere di un diritto globale, la sovranità, concetto chiave nella descrizione dello Stato moderno, si frammenta anche all’interno dei confini di un singolo Stato nazionale. È il caso ad esempio della Cina (ma un discorso analogo si potrebbe fare, tenuto conto di tutte le specificità che caratterizzano i singoli casi, per molte altre zone del mondo), il cui sviluppo impetuoso sembra dovuto in buona parte alla creazione di zone differenziate dal punto di vista della produzione, e quindi anche del diritto, all’interno dei confini dello stesso Stato nazionale.
Una simile constatazione può però essere letta in modi differenti. Si può da un lato tendere a pensare la fine pura e semplice dello Stato nazione, fino a pensare uno spazio globale come spazio liscio, percorso da flussi produttivi che l’Impero (o altre forme di organizzazione sovra o metastatuali) si incaricherebbe poi di catturare. In un altro senso si può invece pensare non tanto l’obsolescenza dello Stato in quanto tale, quanto una sua trasformazione che lo inscrive all’interno di dinamiche che si articolano su più livelli. Seguendo una simile impostazione vengono messe al centro della riflessione categorie come quella di confine, nodo e traduzione.
I confini non spariscono (e sarebbe d’altra parte molto difficile sostenerlo se si guardano i movimenti migratori e le forme di controllo di essi), ma al contrario si moltiplicano, perdendo però quei caratteri di rigida fissità che li contraddistinguevano nella modernità (definita dalla funzione dello Stato nazione). Questa mobilità implica anche la perdita di importanza della nozione di sovranità a favore di quella di governance, intesa appunto come una serie di pratiche la cui finalità è essenzialmente quella di disciplinare e controllare il movimento del lavoro vivo, che assume ormai caratteri apertamente e irriducibilmente transnazionali.
Il problema, per il capitale, diventa allora quello di unificare, per comandarli e valorizzarli, questi movimenti e l’eterogeneità irriducibile che essi implicano. Il concetto di traduzione diventa allora centrale: traduzione intesa non come riconoscimento e apprezzamento dell’alterità in quanto tale, ma come tentativo forzoso di ridurre questa alterità ad un codice, ad un linguaggio unificato che ne permetta la valorizzazione capitalistica. Da un punto di vista metodologico una simile ipotesi rivela innanzitutto una indubbia validità nel “provincializzare l’Europa”, cioè nel sottrarsi a quella mistica del punto più alto dello sviluppo che caratterizza il pensiero operaista. Infatti porre l’accento sulla centralità di nodi di traduzione (intesi, anche in questo caso, come una serie di livelli interconnessi e articolati che vanno dagli studi legali transnazionali di produzione del diritto, ai mercati finanziari fino alle agenzie statali che però tendono a scavalcare i confini dello Stato nazione all’interno del quale dovrebbero operare), significa sottolineare come il tempo della valorizzazione capitalistica non sia un tempo unitario, sussunto realmente e una volta per tutte al comando capitalistico, ma resti un tempo misto, non unitario, dunque necessariamente non uniforme. Il concetto di sussunzione formale appare dunque in questo senso più produttivo di quello di sussunzione reale: il primo è infatti definito da una sconnessione costitutiva tra tempo della produzione (che avviene in forme molteplici, con gradi più o meno elevati di indipendenza dal capitale) e tempo della valorizzazione (che è unitario, tutto interno al processo capitalistico).
A partire da queste constatazioni è possibile allora trarre alcune ipotesi politiche. Se lo spazio, il tempo e anche le forme di comando capitalistici sono plurali, non unitari, allora questo significa che non c’è nessuna teleologia nel passaggio dalla forma Stato moderna alle articolazioni plurali della contemporaneità (postmodernità), ma che si tratta di un processo in corso, non univoco e lavorato al proprio interno da tendenze contraddittorie, a partire dalle quali è ancora sempre possibile pensare le possibilità di rifiuto e di sovversione, fondate su una irriducibilità strutturale del lavoro vivo alle forme di controllo e valorizzazione capitalistiche. In questo senso è dunque necessario e produttivo accantonare qualsiasi retorica della divisione geografica tra centro e periferia come zone stabilite una volta per tutte e, soprattutto, valorizzare la porosità dei confini tradizionali a partire dalle tematiche dei “beni comuni” intesi come l’elemento fondante la possibilità ricompositiva del lavoro vivo, irriducibilmente transnazionale, nel suo rapporto con il capitale, dunque anche con lo spazio e il tempo che questo cerca continuamente di tradurre nel linguaggio omogeneo della valorizzazione.

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