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Archive for the ‘interventi’ Category

Riproduciamo, qui di seguito, la traccia dell’intervento di Sandro Mezzadra al seminario “metamorfosi del soggetto/metamorfosi del fantasma” tenutosi a Palazzo Nuovo, lo scorso 4 maggio.

1. Il tema a cui è dedicato il seminario di oggi è tra quelli meno indagati all’interno della renaissance che l’operaismo italiano ha vissuto negli ultimi anni. Per quanto la questione della critica della rappresentanza abbia rappresentato un leitmotiv della nostra discussione, la critica del diritto e dello Stato, nella specifica variante che è stata sviluppata dall’operaismo italiano nella temperie degli anni Settanta, è stata raramente riattraversata in modo sistematico. Vale la pena di farlo, per rilanciare in avanti il dibattito, a partire da una rilettura di un concetto specifico presentato da Negri e Hardt in Impero: quello di «costituzione mista».

2. Checché se ne dica, sotto questo profilo l’analisi proposta da Negri e Hardt ha trovato più conferme che smentite negli anni successivi alla pubblicazione di Impero. S. Sassen: nowadays, while a global law is emerging as «centered on a multiplicity of global but partial regimes that address the needs of specialized sectors», sovereignty «remains a systemic property but its institutional insertion and its capacity to legitimate and absorb all legitimating power, to be the source of the law, have become unstable». Occorre del resto aggiungere che l’osservazione appena fatta sull’attualità del concetto di «costituzione mista» vale nella misura in cui, tuttavia, si liberi quel concetto di ogni tentazione modellistica e del “progressismo” che ne caratterizza la stessa interpretazione sul terreno della tendenza (è un punto su cui decisivo è stato, quantomeno per me, il contributo della critica postcoloniale).

3. Wang-Hui sulla Cina: occorre liberarsi di ogni immagine, che non può oggi che risultare ideologica, dell’unità dello Stato. Ma chiediamoci: si può ancora parlare di Stato quando occorre prendere congedo dalla sua figura unitaria? L’America latina costringe essa stessa a porre questa domanda: Asia e America latina (e si dovrebbe aggiungere anche l’Africa, dove il “governo” si sta riorganizzando attorno a enclaves, minerarie o umanitarie, in cui soggetti diversi dallo “Stato” giocano un ruolo essenziale – James Ferguson) ci mostrano, dal punto di vista dello “Stato dello sviluppo” (developmental, desarrollista) quanto abbiamo sottolineato a partire dagli inizi degli anni Settanta nell’analisi critica dello Stato di welfare in riferimento all’Europa e agli USA. È questo punto specifico che consegna alla storia, nonostante tutto quello che io personalmente ne ho tratto in termini di comprensione della storia dello Stato moderno, analisi come quelle di Tronti sull’autonomia del politico.

4. Articolazione e mediazione di una molteplicità di livelli: Ong (zoning technologies, neoliberalism as exception), Sassen (concetto di «denazionalizzazione» – La globalizzazione non è dunque qualcosa che si è imposto dall’esterno alla volontà degli Stati – e che si potrebbe arrestare facendo perno sulla loro sovranità –, ed essi continuano piuttosto a essere attori fondamentali al suo interno. Ma articolano la propria azione con altri “livelli” di potere, e configurano un «assemblaggio» di territorio, autorità e diritti completamente diverso da quello “nazionale”), Ferrarese (diritto sopranazionale, diritto transnazionale, lex mercatoria, governance). La rilevanza strategica dei confini (Rigo).

5. Il dibattito marxista sullo Stato negli anni Sessanta e Settanta (Stamokap – «il capitalismo monopolistico di Stato consiste nella subordinazione dell’apparato statale ai monopoli capitalistici», Stalin – e capitalismo organizzato – Introdotto nel 1915 nel dibattito della socialdemocrazia tedesca da R. Hilferding, quest’ultimo concetto intendeva sottolineare quella tendenza del capitalismo a «mitigare l’anarchia della produzione» che sembrava emergere dagli sviluppi economici successivi agli anni ’90 del XIX secolo. L’avvio di processi di concentrazione monopolistica – con la formazione di cartelli e trust –, il peso crescente delle grandi banche nell’assetto proprietario dell’industria, la diffusione delle società per azioni, il nuovo ruolo economico e sociale assunto dallo Stato, l’“imperialismo” – il capitalismo monopolitstico nell’analisi di Lenin). Posizioni significative: richiamare almeno Offe (amministrazione), Poulantzas, Agnoli, Hirsch, O’ Connor. Il concetto di capitale complessivo. G. Gozzi: «lo Stato si manifesta, infatti, come capitalista collettivo ideale, scriveva già Engels. “Ideale”, non reale, perché di fatto deve assumere anche logiche non capitalistiche. L’allestimento di condizioni generali necessarie per la riproduzione del capitale complessivo da parte dello Stato – ad es. la tutela della forza lavoro contro il suo deperimento fisico e psichico – può essere infatti ottenuto solo contro gli interessi di molti capitali individuali, così come la pressione di molti interessi può avere effetti negativi per il processo di riproduzione complessivo…» (Le trasformazioni dello Stato. Tendenze del dibattito in Germania e in USA, La nuova Italia, 1980, p. 20) –N. Poulantzas: un processo contraddittorio, di selettività strutturale e di filtraggio graduato dei diversi interessi presenti all’interno di quel blocco, che si cristallizzano nelle diverse branche, nei diversi apparati e nelle diverse istituzioni dello Stato stesso.

6. Alla ricerca di un metodo. La critica del diritto altro non è, in fondo, che il tentativo di ritrovare all’interno delle forme giuridiche l’intensità dell’antagonismo, il profilo di soggetti dominati e sfruttati che la pur reale potenza dell’astrazione giuridica fatica a contenere e disciplinare. Che cosa c’è di più reale delle forme, domandava Hans Kelsen? Si tratta di accettare questa provocazione, di muoversi all’interno del terreno da essa delineato e, infine, di volgerla contro l’idea stessa dell’assoluta autonomia della scienza giuridica, di lacerarne le raffinate trame concettuali. La specificità dell’operaismo nel lavoro di Negri: il lavoro e la costituzione -«la costituzionalizzazione del lavoro non è solo oggettivamente data dalla socializzazione della forza-lavoro, ma è da questa soggettivamente imposta. Al massimo di intensità formale dell’unificazione dello sviluppo nel modello non può non seguire un massimo di unificazione attorno al valore-lavoro» (La forma Stato, p. 79); «se, in ultima istanza, non può darsi negazione all’interno del modello, pure questa negazione è verificabile a ogni passo. Ed è per risolverla che il modello assume il carattere della processualità» (ivi, p. 92). Il problema della necessaria rappresentazione unitaria del lavoro. Lo Stato come sintesi di organizzazione e comando (Lo Stato dei partiti) –«solo il massimo di organizzazione permette il massimo di subordinazione, solo il diritto esalta come sua effettiva opposizione dialettica il dominio generale dell’uomo sull’uomo» (Rileggendo Pasukanis, p. 184).

7. Citazione del Dizionario Feltrinelli – Fischer: la voce “Stato” manca «perché “Stato” viene qui considerato una realtà che l’uomo nuovo, prodotto dello sviluppo capitalistico, quest’uomo che sa natura e storia non come un nesso oscuro ma come sua propria realtà, costruita e sofferta nel lavoro e nello sfruttamento che l’organizzazione del lavoro determina, sente come un’impostura da distruggere, distruggendo tutte le forme attraverso le quali lo Stato si fa realtà di dominio» (p. 10). La questione del costituzionalismo: esso nasce, nella sua forma moderna, quando la borghesia, ponendosi «il problema della direzione politica della società secondo le sue finalità economiche e culturali, si scontra con l’antico regime e con le forze che lo costituiscono» (FF, p. 82). «La costituzione si presenta come forza politica essa stessa: come possibilità di promozione, di repressione e di innovazione, a partire dallo schema di rapporti sociali che in essa sono fissati» (FF, pp. 83 s.). Rottura nella storia del capitalismo quando la presenza massificata della classe operaia impone la sua trasformazione da forma dell’equilibrio politico in «forma di integrazione delle forze proletarie emerse alla vita politica» (FF, 84). «Il comunismo è il contrario del costituzionalismo – e di ogni figura nella quale il costituzionalismo si traveste» (La norma rivoluzionaria, p. 132).

8. Lo Stato moderno e la borghesia: Descartes politico. «Se la ricostruzione dello Stato, nella forma dell’assolutismo monarchico, registra il temporaneo fallimento della borghesia come classe politica e sanziona la dissociazione della classe sociale dalla gestione diretta dello stato, perché lo stato macchina? Perché l’assolutismo assume la forma del modo sociale di produzione? Si è detto: la borghesia è comunque uscita dalla crisi rinascimentale come classe socialmente egemone. Ma qui va sottolineata l’importanza dell’affermazione: senza avere la possibilità di conquistare politicamente lo stato, la borghesia, con la sua semplice, massiccia e decisiva presenza sociale, lo configura a sua immagine e somiglianza. Lo stato è una macchina per mantenere l’ordine: sociale, economico e religioso. Ma società ed economia e religione sono dominate ormai dal sentire e dall’azione borghese. Se tutto è poi a sua volta ordinato dallo stato, è in nome di un complesso rapporto di contenuto e forma: forma statuale di un contenuto sociale borghese. Ordine, forma negativa: ognuno al suo posto. Positivamente invece: riassetto monetario, sostegno all’industria, intervento pacificatore in materia religiosa. Lo stato macchina dell’assolutismo borghese è mercantilista e gallicano: è paradossalmente, nei contenuti dell’esercizio del suo potere, stato borghese» (A. Negri, Problemi di storia dello stato moderno. Francia: 1610-1650, in «Rivista critica di storia della filosofia», XXII [1967], 2, pp. pp. 207 s.). Il problema dell’ideologia, oltre lo schema struttura – sovrastruttura; Borkenau vs. Grossmann; religione e lotte di classe tra Cinque e Seicento; rivoluzione capitalistica vs. rivoluzione borghese.

9. La rottura keynesiana. L’Ottobre rosso introduce nella materialità stessa della classe operaia la qualificazione politica, imponendo una completa ristrutturazione del meccanismo sociale di estrazione del plusvalore, «in una situazione in cui al riconoscimento dell’autonomia operaia si accompagnasse la capacità di un suo controllo politico» (Operai e Stato, p. 71) –e della riproduzione complessiva della forza lavoro: uno sconvolgimento dello stesso fondamento materiale della vita costituzionale. Un effetto «riformistico» della lotta operaia sulla struttura del capitale? Alle origini dello Stato-piano e dei suoi squilibri.

10. La disarticolazione della forma-Stato: «la crisi, a questo livello di sviluppo, si presenta ormai sempre come crisi politica…» (La forma Stato, p. 216). «… In realtà non è solo la superficie amministrativa che è completamente in crisi: sono soprattutto i criteri e le figure di legittimazione dell’amministrazione a esserlo…» (ivi, p. 325). Dallo Stato piano allo Stato crisi. Back to the present: Fabbriche del soggetto. Mercato del lavoro e sua crisi (un problema anticipato dagli studi di Luciano Ferrari Bravo e Sandro Serafini).

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