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SUL CAPITALISMO COGNITIVO

La concezione diffusa presso tutti gli autori che parlano di capitalismo cognitivo (Vercellone, Gorz, i redattori e collaboratori della rivista Multitudes) è che quest’ultimo non rappresenti solamente una nuova fase strutturale dello sviluppo capitalistico, ma segni al contrario una crisi di tutte le categorie e le leggi che governavano il capitalismo, dai suoi esordi fino al suo pieno sviluppo industriale.
Affermare ciò implica innanzitutto un problema di periodizzazione, per risolvere il quale si ricorre alla categoria marxiana di sussunzione. Vercellone, nel suo saggio, schematizza effettivamente lo sviluppo capitalistico in tre fasi che corrispondono alle modalità di sussunzione della produttività al capitale.
1) Sussunzione formale. Il capitale si trova di fronte una rete di produzione già formata e si limita ad assumerla come propria base. In questo modo il luogo privilegiato della produzione è il domicilio artigiano, con la conseguente egemonia dei saperi di questi ultimi.
2) Sussunzione reale. Il capitale produce esso stesso gli strumenti della produzione attraverso la ussunzione reale:eo privilegiato della produzione è il ormata e si limita ad assumerla come propria base.marxiana di sussunzionprima rivoluzione industriale: la grande fabbrica e la produzione di massa di beni standardizzati comportano una polarizzazione dei saperi che porta ad una divisione tra mansioni organizzative e mansioni produttive (parcellizazione e dequalificazione del lavoro).
3) Capitalismo cognitivo. La crisi della fabbrica fordista e dell’organizzazione del lavoro che le è propria comportano il venire in primo piano dei saperi in possesso di una intellettualità diffusa. La conseguenza di un simile cambiamento strutturale consiste innanzitutto nel carattere sempre più immateriale del lavoro. La conseguenza più rilevante di ciò, e su questo concordano tutti gli autori citati in apertura, è la crisi della legge del valore.
Sulla base di quest’ultimo cambiamento è possibile pensare un nuovo modello di crisi del capitale che si fonda sul rapporto tra sapere vivo e sapere morto: la questione fondamentale è che si tratterebbe in qualche modo di una crisi irreversibile, che costringe a mettere in discussione tutti gli assiomi fondanti la teoria economica che sta alla base del capitalismo.
Nella prima fase la costrizione al pluslavoro risulta dal fatto che il lavoratore, in mancanza di mezzi di sussistenza alternativi, è costretto a vendere la propria forza lavoro sul mercato per entrare in possesso di un salario. A partire da qui si apre una contraddizione tra dipendenza monetaria e autonomia nella regolazione del processo di lavoro. La contraddizione viene risolta attraverso una serie di politiche di desocializzazione dell’economia (eclosures, leggi sui poveri eccetera), che tendono ad accentuare la costrizione monetaria al lavoro salariato e fondano la nuova organizzazione del lavoro su una espropriazione dei saperi tradizionali. Su questa base è possibile, secondo l’autore, vedere qui forti analogie con la crisi attuale del fordismo: «la globalizzazione finanziaria potrebbe essere anche interpretata come il tentativo del capitale di rendere sempre più autonomo il suo ciclo di valorizzazione da un processo sociale di lavoro che non sussume più» (46) dunque un passaggio dal ciclo D-M-D’ ad un ciclo breve D-D’, dove viene saltato il momento della produzione di merci, momento estremamente “rischioso” dal momento che è fondato sulla possibilità endogena del conflitto.
In ogni caso, col passaggio alla sussunzione reale viene in luce una norma fondamentale: la legge del valore che fa del lavoro immediato la principale fonte di misura della ricchezza, in questo modo «il tempo di lavoro emerge come fattore socialmente centrale» (47). Dunque la sussunzione è reale quando c’è una polarizzazione tra sapere e produzione, quando cioè la forza lavoro non ha di per sé nessun valore se non viene venduta al capitale, se non diviene cioè appendice delle macchina, del capitale fisso. Da questa compressione di ogni forma di produzione esterna al capitale deriva anche la necessità da parte dello Stato di socializzare alcuni costi della riproduzione della forza lavoro (scolarizzazione di massa, welfare state eccetera). Proprio la scolarizzazione di massa, unita naturalmente alle pressioni esercitate dai movimenti sociali, gioca, secondo l’autore, un ruolo decisivo nel passaggio da questa forma di organizzazione del lavoro produttivo a quella attuale, infatti è a partire dalla scolarizzazione di massa che si dà «la formazione di un’intellettualità diffusa e l’evento di una nuova divisione del lavoro» (49). Tutto ciò avviene attraverso una dialettica tra necessità strutturali e rivendicazioni soggettive. Il capitale infatti va continuamente alla ricerca di una diminuzione dei tempi di produzione, in questo modo contribuisce a creare un sempre maggiore tempo libero riducendo ad un minimo il lavoro umano. Questa dinamica apre la possibilità di una valorizzazione delle potenzialità dell’individuo, valorizzazione che dipende in larga misura dal grado di socializzazione dell’insegnamento, che trasforma l’individuo da lavoratore parcellizzato in lavoratore immateriale polivalente. Dunque «il punto di partenza dell’analisi del General Intellect rinvia ad una trasformazione preliminare della qualità intellettuale del lavoro vivo ovvero alla formazione di un’intellettualità diffusa» (51). Da questo punto di vista va quindi sottolineato quanto afferma Vercellone in una nota, cioè che qui la sua concezione del general intellect si discosta da quella proposta da Virno in Grammatica della moltitudine secondo la quale in Marx il G.I. sarebbe identificato totalmente con il capitale fisso. Al contrario qui il G.I. è pensato come lavoro vivo, interiorizzato al capitale nella misura in cui diventa forza produttiva immediata. In questo modo è l’uomo stesso a divenire il principale capitale fisso.
Fatta questa precisazione, possiamo continuare a seguire Vercellone e trarre da queste premesse due conseguenze fondamentali, che rappresentano il cuore della concezione secondo la quale ci troveremmo qui di fronte ad una crisi del capitalismo in quanto tale: a) la legge del valore entra in crisi, perché il sapere, principale fonte produttiva, non può essere misurato sulla base del tempo di lavoro diretto dedicato alla produzione; b) l’opposizione tra lavoro e non lavoro perde qualsiasi fondamento. Da qui derivano due contraddizioni: a) ctr tra la mutazione del lavoro produttivo da un lato e la tendenza del capitale a creare sempre più tempo libero e a convertirlo però in pluslavoro; b) ctr tra la diffusione senza padroni del sapere e la tendenza (senza possibilità di riuscita) da parte del capitale a costruire una nuova ossatura oggettiva indipendente sulla quale fondare una logica della divisione del lavoro di tipo fordista (concezione vs. esecuzione).
Tutto ciò ci riconduce, secondo l’autore, ad una condizione di sussunzione formale, nella quale riemerge con forza «la natura primaria del rapporto salariale: quella di essere un vincolo monetario che fa del lavoro salariato la condizione d’accesso alla moneta, ovverosia un reddito reso dipendente dalle anticipazioni dei capitalisti che determinano il volume della produzione e dell’impiego» (53).
C’è però una differenza fondamentale rispetto alla situazione descritta prima come sussunzione formale, infatti oggi i saperi, a differenza di quelli artigiani, non possono più venir espropriati, dal momento che una simile espropriazione implicherebbe un abbassamento generale del livello cognitivo della manodopera, livello che è però riconosciuto come base necessaria della valorizzazione capitalistica. Questa differenza tra le due situazioni, al di là della somiglianza formale, è decisiva e si mostra anche e soprattutto dal punto di vista del prodotto del lavoro che non è più esterno a chi lo produce, ma resta nel cervello, nei corpi e nelle menti, dunque nella vita, dei produttori. Qui ci troviamo sulla soglia concettuale di quella presenza del comunismo già in qualche modo in atto di cui parlava Negri alla fine degli anni Settanta tematizzando la figura dell’operaio sociale. La risposta capitalistica consiste in un tentativo di rafforzare i diritti di proprietà intellettuale al fine di prelevare rendite da monopolio.
Su questa base la dialettica lotte/sviluppo appare inconciliabile, infatti da una parte il capitale acquista una natura sempre più parassitaria nella misura in cui cerca forzosamente di mantenere in vigore una legge del valore il cui risultato tendenziale è quello di bloccare le fonti stesse del processo di diffusione del sapere; dall’altra il lavoratore collettivo detiene ormai i prerequisiti per una gestione collettiva della ricchezza e dunque delle finalità sociali della produzione.
Tuttavia, a questo punto dell’analisi, resta piuttosto indeterminata la dimensione politica di un simile discorso. Nonostante tutto infatti le dinamiche capitalistiche continuano ad essere presenti e determinanti per le nostre esistenze. Un discorso politico, a partire da simili basi concettuali, è costruito dagli autori dei quali ci occuperemo nel prossimo incontro.
Non è un caso che Fumagalli, alla fine del suo intervento, sollecitato in questo senso, ha sostenuto che oggi è probabilmente prematuro parlare di classe, se con questo termine si intende un rapporto con i mezzi di produzione che, preso collettivamente, risulta più importante di quanto non lo sia quello individuale. In questo senso dunque gli interventi di comando e di controllo sembrano indirizzati a mantenere aperta una scissione tra tempo e luogo di lavoro da una parte e vita dall’altra. Naturalmente, sulla base di quanto detto, una simile scissione appare sempre più complicata da tenere in piedi e sempre più astratta, ma non per questo meno efficace: il fatto che il salario venga fissato e che a partire da questa base il capitalista possa estrarre plusvalore dalle idee di un lavoratore immateriale non implica certo una crisi della legge del valore, ma il suo pieno funzionamento. La contraddizione, in una situazione di sussunzione reale, dunque di cooperazione produttiva, starebbe nel fatto che il capitalista paga un singolo appropriandosi però del surplus prodotto dalle reti di collaborazione nelle quali il singolo si trova inserito: questo è ciò che avviene, ed è dunque una dimostrazione del funzionamento della legge del valore.
Su questa base ciò che abbiamo sotto gli occhi oggi è un processo di valorizzazione contraddittorio, ma funzionante, processo all’interno del quale vengono meno le vecchie distinzioni tra consumo, produzione, circolazione e a partire dal quale emergono nuove forme di alienazione, nelle forme dell’insoddisfazione, della frustrazione di chi produce qualcosa che, come detto, resta in qualche misura interno a lui stesso, ma sente, nello stesso tempo, processi di sfruttamento e di parcellizzazione. La questione del comune risulta quindi problematica: viene spesso presupposta come base a partire dalla quale il capitale compie il proprio processo di valorizzazione parassitario e dunque come punto di partenza per il sovvertimento di un simile processo: resta tuttavia da chiedersi in quale misura questo comune sia preesistente piuttosto che creato dal capitale stesso.

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LA RIFLESSIONE DEGLI OPERAISTI SULLO STATO

I testi di Negri sembrano importanti soprattutto da un punto di vista metodologico, dunque va presa in considerazione in primo luogo la forma teorica che ne sta alla base. Schematicamente, la forza delle analisi di Negri sullo Stato starebbe nella loro capacità di impostare su un terreno metodologico marxista le critiche che il realismo politico muove al formalismo giuridico. Questo significa innanzitutto criticare il marxismo classico (ortodosso) laddove quest’ultimo identifica nel diritto una forma sovrastrutturale. Il diritto va al contrario inteso come uno degli elementi fondanti la relazione capitalistica proprio nella misura in cui, seguendo il Marx del I libro del Capitale, permette di preformare i soggetti che, attraverso il loro incontro, danno vita alla relazione capitalistica: possessore della forza lavoro e possessore di capitale. In questo modo il diritto entra nel vivo della lotta di classe, configurandosi come uno strumento di primaria importanza per il disciplinamento e il controllo del lavoro vivo, portatore di un potenziale antagonistico rispetto al capitale. I passaggi formali dallo Stato-piano allo Stato-crisi, e poi all’Impero, sarebbero allora da leggere come un tentativo di risposta a questa autonomia del lavoro vivo, che deborda e scavalca continuamente le forme di rappresentazione che tentano di inscriverlo all’interno del rapporto di capitale.
In questo senso Mezzadra insisteva sulla centralità del concetto di costituzione mista che Hardt Negri propongono, in Impero, come una delle chiavi interpretative fondamentali per leggere le trasformazioni dello Stato nazione e dunque dei concetti stessi di diritto e di sovranità. La costituzione mista implica infatti un proliferare di livelli di produzione giuridica, di scelte politiche e di modalità di valorizzazione economica. Questa constatazione ha delle conseguenze rilevanti sia dal punto di vista della descrizione strutturale e formale, sia da quella delle possibilità politiche.
Dal primo punto di vista si può constare come, nello scenario globale attuale, sia il concetto stesso di Stato che viene messo in discussione, nella misura in cui, a fronte dell’emergere di un diritto globale, la sovranità, concetto chiave nella descrizione dello Stato moderno, si frammenta anche all’interno dei confini di un singolo Stato nazionale. È il caso ad esempio della Cina (ma un discorso analogo si potrebbe fare, tenuto conto di tutte le specificità che caratterizzano i singoli casi, per molte altre zone del mondo), il cui sviluppo impetuoso sembra dovuto in buona parte alla creazione di zone differenziate dal punto di vista della produzione, e quindi anche del diritto, all’interno dei confini dello stesso Stato nazionale.
Una simile constatazione può però essere letta in modi differenti. Si può da un lato tendere a pensare la fine pura e semplice dello Stato nazione, fino a pensare uno spazio globale come spazio liscio, percorso da flussi produttivi che l’Impero (o altre forme di organizzazione sovra o metastatuali) si incaricherebbe poi di catturare. In un altro senso si può invece pensare non tanto l’obsolescenza dello Stato in quanto tale, quanto una sua trasformazione che lo inscrive all’interno di dinamiche che si articolano su più livelli. Seguendo una simile impostazione vengono messe al centro della riflessione categorie come quella di confine, nodo e traduzione.
I confini non spariscono (e sarebbe d’altra parte molto difficile sostenerlo se si guardano i movimenti migratori e le forme di controllo di essi), ma al contrario si moltiplicano, perdendo però quei caratteri di rigida fissità che li contraddistinguevano nella modernità (definita dalla funzione dello Stato nazione). Questa mobilità implica anche la perdita di importanza della nozione di sovranità a favore di quella di governance, intesa appunto come una serie di pratiche la cui finalità è essenzialmente quella di disciplinare e controllare il movimento del lavoro vivo, che assume ormai caratteri apertamente e irriducibilmente transnazionali.
Il problema, per il capitale, diventa allora quello di unificare, per comandarli e valorizzarli, questi movimenti e l’eterogeneità irriducibile che essi implicano. Il concetto di traduzione diventa allora centrale: traduzione intesa non come riconoscimento e apprezzamento dell’alterità in quanto tale, ma come tentativo forzoso di ridurre questa alterità ad un codice, ad un linguaggio unificato che ne permetta la valorizzazione capitalistica. Da un punto di vista metodologico una simile ipotesi rivela innanzitutto una indubbia validità nel “provincializzare l’Europa”, cioè nel sottrarsi a quella mistica del punto più alto dello sviluppo che caratterizza il pensiero operaista. Infatti porre l’accento sulla centralità di nodi di traduzione (intesi, anche in questo caso, come una serie di livelli interconnessi e articolati che vanno dagli studi legali transnazionali di produzione del diritto, ai mercati finanziari fino alle agenzie statali che però tendono a scavalcare i confini dello Stato nazione all’interno del quale dovrebbero operare), significa sottolineare come il tempo della valorizzazione capitalistica non sia un tempo unitario, sussunto realmente e una volta per tutte al comando capitalistico, ma resti un tempo misto, non unitario, dunque necessariamente non uniforme. Il concetto di sussunzione formale appare dunque in questo senso più produttivo di quello di sussunzione reale: il primo è infatti definito da una sconnessione costitutiva tra tempo della produzione (che avviene in forme molteplici, con gradi più o meno elevati di indipendenza dal capitale) e tempo della valorizzazione (che è unitario, tutto interno al processo capitalistico).
A partire da queste constatazioni è possibile allora trarre alcune ipotesi politiche. Se lo spazio, il tempo e anche le forme di comando capitalistici sono plurali, non unitari, allora questo significa che non c’è nessuna teleologia nel passaggio dalla forma Stato moderna alle articolazioni plurali della contemporaneità (postmodernità), ma che si tratta di un processo in corso, non univoco e lavorato al proprio interno da tendenze contraddittorie, a partire dalle quali è ancora sempre possibile pensare le possibilità di rifiuto e di sovversione, fondate su una irriducibilità strutturale del lavoro vivo alle forme di controllo e valorizzazione capitalistiche. In questo senso è dunque necessario e produttivo accantonare qualsiasi retorica della divisione geografica tra centro e periferia come zone stabilite una volta per tutte e, soprattutto, valorizzare la porosità dei confini tradizionali a partire dalle tematiche dei “beni comuni” intesi come l’elemento fondante la possibilità ricompositiva del lavoro vivo, irriducibilmente transnazionale, nel suo rapporto con il capitale, dunque anche con lo spazio e il tempo che questo cerca continuamente di tradurre nel linguaggio omogeneo della valorizzazione.

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INCHIESTA E CONRICERCA

Il punto di partenza consiste nel sottolineare il fatto che la conricerca si pone degli scopi che sono in prima istanza politici: in questo modo rivendica una parzialità teoretica, individua un terreno privilegiato di intervento e presuppone una soggettività a partire dalla quale e con la quale costruire un processo circolare che dalla presa di coscienza porti all’organizzazione. La finalità della conricerca è dunque la determinazione di conflittualità. In questo senso la conricerca non appare, di principio, limitata nel tempo (a differenza dell’inchiesta che si pone scopi più propriamente conoscitivi, sociologici), ma in qualche modo severamente limitata nello spazio. La pratica della conricerca presuppone infatti da un lato una conoscenza generale del contesto produttivo, all’interno del quale verrà selezionato un determinato ambito, sulla base delle possibilità di curvare la conoscenza di e su questo ambito a determinati fini politici. Così la conricerca abbatte la separazione tra produzione di conoscenza e lavoro politico/organizzativo, dal momento che i due aspetti non possono e non devono prescindere l’uno dall’altro.
Su questo punto ci si è interrogati con particolare attenzione, cercando di comprendere tanto la specificità della proposta operaista, quanto la possibilità di riattualizzarla in un contesto produttivo profondamente mutato come è quello contemporaneo.
L’idea di partenza era quella dell’autonomia della classe, dunque un’ipotesi politica che si trattava di mettere alla prova, rovesciando in questo modo le concezioni del marxismo ortodosso e della sociologia degli anni Sessanta, in particolare su un punto: leggere in quella che passava per passività operaia un’estraneità del nuovo soggetto (l’operaio massa) a tutte le forme di organizzazione tradizionale (partito, sindacato). A partire da questa scommessa teorico-pratica appare possibile definire la classe solamente a partire dalla lotta (e dunque in termini politici e non sociologici), ed è su questo punto che sembra possibile individuare uno dei punti deboli dell’operaismo, cioè il fatto di non aver saputo costruire una forma organizzativa all’altezza della nuova composizione di classe individuata e descritta attraverso strumenti come quello della conricerca.
Resta da chiedersi però in quale modo e su quali basi fosse pensabile l’idea dell’autonomia della classe. Naturalmente si tratta di una questione di fondamentale importanza che rimane oggi più che mai centrale. Abbiamo già incontrato simili questioni, ma vale la pena ribadirle, magari cercando di approfondirle.
Gli operaisti partivano da una constatazione: nell’operaio massa, cioè nella nuova composizione tecnica richiesta dalla produzione fordista, esiste un livello di socializzazione e di conoscenza informale che, benché esclusi ufficialmente dalla produzione, vengono in realtà continuamente messi in gioco per far funzionare la fabbrica, i macchinari eccetera. Ora, è precisamente su questo scarto tra assoggettamento e soggettivazione che è possibile lavorare per mettere in atto quel circolo virtuoso che dalla soggettività porta alla coscienza, all’organizzazione, al conflitto. In qualche modo, dunque, il punto di partenza è l’identificazione di un livello di autonomia in atto all’interno di un determinato contesto produttivo. Nel momento in cui, oggi, ci troviamo di fronte a forme di produzione e di organizzazione del lavoro profondamente mutate, dobbiamo ritenere quella degli anni Sessanta una congiuntura particolarmente felice e irripetibile – che dunque condannerebbe la conricerca ad essere un pezzo d’antiquariato – oppure è possibile pensare anche oggi la possibilità di una frattura costitutiva sulla quale lavorare politicamente?
I testi di Conti pubblicati su Posse cercano di rispondere positivamente a questa domanda identificando delle forme di socialità che sono “preesistenti” rispetto allo sfruttamento e al comando capitalistico e che costituiscono dunque il terreno a partire dal quale ripensare la possibilità di una conricerca. Nessuno però si può nascondere che quanto scrive Conti non appare del tutto soddisfacente, soprattutto nel momento in cui la conricerca della quale parla sembra partire ed esaurirsi in un ambito che è già sempre quello militante, dunque senza reale apertura ad una dimensione più ampia. Il punto centrale in tutto ciò sembra essere costituito dal fatto che la comunicazione da strumento politico privilegiato è oggi diventato il terreno di sfruttamento privilegiato, dunque che fare? Come pensare oggi la conricerca?
Teniamo fermo un presupposto fondamentale: ci troviamo oggi nella situazione che Marx definitiva di sussunzione reale della società sotto il capitalismo: sembra che non ci sia più un “fuori” rispetto al comando e al controllo capitalistico. Legami sociali, conoscenze, affetti entrano a pieno diritto all’interno del processo produttivo, ne costituiscono la base viva. Su questa base è difficile identificare un terreno privilegiato sul quale mettere alla prova l’idea dell’autonomia della classe (cioè di un insieme di individui che lottano assieme), eppure si può provare a prendere in considerazione un esempio di lotta concreto e valutare se lì dentro si dia la possibilità di una riattualizzazione delle tematiche proprie della conricerca.
Nella lotta No Tav è possibile identificare alcuni tratti caratteristici della con ricerca: ci trovi infatti cooperazione, autorganizzazione, un utilizzo della scienza senza delega allo specialista, dunque finalizzato alla lotta molto più che alla conoscenza “pura”, una complessiva rivendicazione politica di parzialità. Se tutto questo è vero (ed è vero), il dato più importante è allora costituito dal fatto che il terreno dello scontro non è più costituito dal lavoro. Il terreno dello scontro appare oggi direttamente la vita, intesa come quel legame sociale costitutivo del nostro essere che è, in quanto tale, sempre più mercificato. Dunque un’insorgenza come quella della Val di Susa appare in qualche modo la scoperta dell’individuo sociale da parte dell’individuo sociale stesso che, attraverso questa “scoperta”, si determina come tale come soggetto contro – contro lo sfruttamento, la mercificazione, la sussunzione totale al capitale.
In qualche modo appare dunque possibile e lecito tradurre su questo terreno i temi conoscitivi e organizzativi della conricerca, con una differenza fondamentale, che mette anche direttamente in causa quel limite organizzativo dell’operaismo cui si accennava sopra: non si tratta in nessun modo di una conricerca il cui impulso arriva dall’esterno, da una avanguardia politica (che fa un lavoro di selezione al fine di costruire conflitto e che dunque può prescindere dal conflitto in atto), ma, al contrario, di una conricerca direttamente incorporata alle dinamiche di classe, cioè di lotta.
Se tutto ciò appare plausibile (e in qualche modo confortante) resta però completamente aperto il problema di come pensare la possibilità di “trasportare” simili lotte verso le metropoli.
Una linea direttiva interessante in questo senso può essere quella suggerita da Baumann e dall’ultimo Alquati: consideriamo come centrale non più il terreno e le dinamiche della produzione, quanto piuttosto quelle del consumo. Su questa base è possibile leggere insorgenze metropolitane come quelle francesi dello scorso anno (rivolta delle banlieues e lotta contro il CPE), come quelle in Grecia di qualche mese fa, o il movimento no-Moratti del 2005 come lotte che non contestano un’esclusione più o meno violenta, quanto piuttosto una inclusione differenziata. Si tratta in tutti i casi dell’insorgenza di una forza lavoro differenziata, frammentata, non riconosciuta come tale, ma, in ogni caso, sfruttata che avanza richieste – ed è questo il dato centrale – che bruciano immediatamente ogni possibilità di mediazione politica, dunque ogni forma di riformismo.
Su questo punto sembra importante e interessante lavorare, cercando il modo di sottrarre tempo al comando capitalistico, attraverso una rivendicazione forte, politica, della frammentarietà postmoderna e postfordista: non una celebrazione della molteplicità inerte in quanto tale, ma una critica produttiva delle identità collettive, critica fondata nella lotta e che nella lotta valorizza l’ambivalenza costitutiva della singolarizzazione contemporanea.

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LA COMPOSIZIONE DI CLASSE

La prima precisazione riguarda la natura del testo di Negri in questione: una lunga intervista che ricapitola e riassume i passaggi politici e teorici principali che, dall’operaismo, hanno condotto all’autonomia organizzata. È importante tenere presente la congiuntura storico-politica nella quale si inquadra il testo in questione: ci troviamo infatti all’indomani del ’77, dunque alla fine di un ciclo di lotte (che inizia nei primi anni Settanta con la crisi dei gruppi e si conclude con l’esplosione del ’77) che necessita un rilancio, l’apertura di nuove prospettive (che saranno poi drasticamente chiuse dal “caso 7 aprile”, nel 1979). Tenendo presente questo contesto vanno lette alcune affermazioni di Negri, come quella che l’operaismo è morto e che è necessario ripensare completamente alcuni concetti marxisti, mentre fino a quel momento ci si era limitati a investirli in un campo nuovo, mutato rispetto a quello che aveva sotto gli occhi Marx, magari rinnovandoli, ma mantenendone il contenuto sostanziale.
Fatta questa precisazione fondamentale il dibattito è tornato sul problema del soggetto. Nel testo di Negri viene sottolineata la duplicità del concetto di composizione di classe, pensabile come l’unione di un aspetto tecnico-oggettivo e di un aspetto soggettivo (rappresentato dai bisogni). A partire da questa contrapposizione è possibile pensare il concetto di ricomposizione di classe, cioè la costituzione di un soggetto politico. Il punto cruciale sembra essere che il soggetto è da un lato già sempre presupposto (composizione politica), dall’altro sempre ancora da costituire (ricomposizione). Appare dunque già sempre uno scarto tra assoggettamento e soggettività, e sarà proprio su questo scarto che potrà funzionare l’idea della conricerca (il soggetto operaio è capace di fare ricerca sulla sua stessa condizione, è quindi anche immediatamente capace di divenire soggetto politico); tuttavia dare per scontato un simile scarto non ci riporta precisamente in un contesto di tipo vitalistico? All’interno della storia della teoria marxista si è pensata la possibilità della lotta senza presupposizione di alcun tipo di soggettività (ad esempio Althusser).
Anche da un punto di vista politico la questione della ricomposizione di classe può far sorgere qualche problema, infatti nel testo di Negri sembra possibile cogliere alcuni sintomi del fatto che l’idea di ricomposizione venga tendenzialmente ricalcata sul terreno che l’ha originata, cioè quello dell’operaio massa, a partire da qui ci sono due possibili rischi: una tendenza riduzionistica da un lato (che si opporrebbe alla valorizzazione della molteplicità e multiformità delle lotte sul terreno della “fabbrica sociale”), una tendenza trionfalistica dall’altro (che ci riporta al problema della tensione verso un superamento vitalistico del dato reale già incontrata nel primo incontro).
Un simile problema è apparso particolarmente rilevante nel momento in cui è stato citato Baumann (Memorie di classe) nel tentativo di mettere in crisi l’intera impalcatura teorica dell’operaismo. Baumann infatti sostiene che il capitalismo deve fronteggiare una conflittualità estremamente elevata nel momento in cui si impone definitivamente su altri modi di produzione, mentre con la crescita dello sviluppo le lotte tendono ad “economicizzarsi” sempre di più, dunque a non porre realmente in discussione la cornice capitalistica nella quale si inscrivono. Una simile constatazione appare oggi particolarmente degna d’attenzione, in un momento in cui anche la teoria postoperaista, che mantiene un nucleo fondamentale del marxismo, secondo il quale più si sviluppa il rapporto capitalistico, più cresce l’antagonismo, tende però a sfumare e ad abbandonare la maggior parte delle categorie marxiane fino, sembrerebbe, a perdere la possibilità stessa di identificare una strategia, una tattica, un soggetto politici.
Simili problemi hanno origine proprio nel periodo preso in esame da Negri nell’intervista in questione: appare infatti chiaro, negli anni Settanta, il passaggio a ciò che Marx definiva sussunzione reale della società sotto il dominio capitalistico (cioè, nelle parole di Negri stesso, il fatto che il rapporto di sfruttamento entra nella stessa esistenza, nel «mondo della riproduzione operaia», p. 53). Un simile passaggio si presenta come tentativo capitalistico di disarticolazione politica della classe operaia, alla quale risponde una ricomposizione politica sul terreno dell’intera società, a cui corrisponde il concetto di operaio sociale. La sfuggevolezza di questo concetto sembra andare di pari passo con la difficoltà di mantenere alcuni concetti marxiani fondamentali, come quelli di distinzione tra capitale fisso e capitale variabile e, soprattutto, quello relativo alla legge del valore. Se, come detto, una tale difficoltà è assunta da Negri come fattore positivo, come apertura di possibilità di radicalizzazione e rilancio delle lotte, appare oggi come fattore di debolezza, o, per lo meno, di oggettiva difficoltà riguardo alla pensabilità (e alla pratica) di un soggetto politico rivoluzionario.

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IL DIBATTITO PANZIERI-TRONTI ED IL RIBALTAMENTO DEL MARXISMO ORTODOSSO

L’inquadramento storico e la discussione sui testi di Panzieri e di Tronti hanno condotto ad interrogarsi su due questioni principali, che rimangono aperte per gli incontri successivi e possono inoltre rivelarsi utili strumenti per un approccio critico alla lettura degli altri testi in bibliografia.
In primo luogo il dibattito si è concentrato sulla questione del soggetto: da un lato infatti gli operaisti (in particolare Tronti) sembrano ritrovare una impostazione originariamente marxiana (e dunque più o meno apertamente in polemica con le impostazioni leniniste) nel momento in cui insistono sulla possibilità di una diretta politicizzazione dei bisogni, delle esigenze immediate degli operai. In questo modo infatti il ruolo e la necessità del partito, inteso, sul modello leninista, come strumento capace di costruire un “abito” politico alle rivendicazioni operaie, non può che vedersi drasticamente ridotta: si tratta di un punto di vista riassunto nell’affermazione di Tronti «la strategia alla classe, la tattica al partito». Naturalmente una simile impostazione va colta anche e soprattutto nella sua portata polemica nei confronti delle organizzazioni operaie ufficiali (PCI e sindacati).
Approfondendo la questione si è giunti ad identificare uno dei nodi teoretici fondamentali del pensiero operista, costituito dalla tensione (mai risolta) tra l’apprezzamento del dato empirico (le lotte operaie, benché apparentemente salariali, mostrano in realtà una carica politica rivoluzionaria) e il rischio di una caduta in una sorta di vitalismo di stampo irrazionalistico o “romantico” riguardo al soggetto e alle sue potenzialità (problema evidente soprattutto in Tronti, ma che si può trovare già in Panzieri).
Per cercare di comprendere e approfondire la questione, gli interventi si sono spostati dalla questione del soggetto a quella del “modo di produzione” e del suo livello di sviluppo: ci si deve infatti chiedere su quali basi gli operaisti possano fondare una simile potenzialità (le lotte operaie sono già direttamente politiche e dunque è il capitale che le deve inseguire). La risposta evidente è che una simile base può essere costituita soltanto dal fatto che nell’Italia degli anni Sessanta (ma naturalmente il discorso può estendersi a tutto il mondo “occidentale”) il capitalismo ha raggiunto il grado di sviluppo più alto. È su questa base che diventa possibile intendere i bisogni operai come un elemento direttamente politico.
A questo punto il problema diventa allora quello del rapporto politico con un simile sviluppo: appare chiaro dai testi di Panzieri che il punto di vista operaio non può considerare il progresso tecnico-scientifico del capitalismo come un processo neutrale, ci si può allora chiedere quale dovrebbe essere il contenuto della lotta politica su questo punto: spingere affinché ovunque venga raggiunto il pieno sviluppo (ad esempio anche nel sud eccetera), oppure tentare di romperlo?
Infine, strettamente connesso a quest’ultimo interrogativo, ci si è posti una questione già leninista, che è evidentemente fondamentale anche per gli operaisti, e che appare oggi quanto mai centrale: dove reperire, o come identificare, una leva a partire dalla quale, in un contesto di capitalismo pienamente sviluppato, le esigenze operaie possano rovesciare l’assetto di potere vigente?

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